Profilo storico di Mirabella Eclano

Città per definizione storica, oltre che per decreto regio, Mirabella Eclano affonda le sue radici nel XV secolo prima di Cristo, come attestano le evidenze archeologiche del villaggio eneolitico di Madonna delle Grazie.
A questo primitivo insediamento di pastori e di agricoltori seguirono quelli molto più evoluti degli italici.

Tra il VI e il V secolo a. C. nella valle del Calore arrivarono le bellicose tribù irpine dei Sanniti, che si imposero alle popolazioni dei residenti e costruirono, sui resti di un precedente insediamento di Equi, la città di ECLANO(Aeclanum).

Posizionata lungo la via Appia (Regina viarum), la città si sviluppò rapidamente fino a diventare il centro strategico e commerciale più importante del Sannio-Irpino. Luogo di passo tra le valli del Calore e dell’Ufita, ebbe il controllo delle principali vie interne del territorio irpino, di cui per secoli fu la capitale naturale e culturale.

Durante le guerre sannitiche si schierò contro Roma, ma fu sconfitta e perdette gran parte del suo territorio, che passò al demanio romano (Ager publicus).

Nell’anno 89 a. C. aderì alla federazione italica e prese parte alla guerra sociale. Assediata e distrutta da Silla, fu ricostruita e fortificata dagli stessi romani per interessamento del patrono Quinzio Valgo. Inserita nel processo di romanizzazione, divenne Municipio con diritto al suffragio e iscritta alla tribù Cornelia. Alcuni decenni più tardi, per volere di Augusto, divenne Colonia, con il nome di Aelia Augusta Aeclanum. Grazie a questo nuovo stato giuridico, incrementò i traffici commerciali e sviluppò il patrimonio edilizio pubblico e monumentale (anfiteatro, terme, acquedotto, foro). Nelle centinaia di iscrizioni e nei tantissimi rinvenimenti di sculture e cippi marmorei si legge la storia della sua organizzazione politica, commerciale, artigianale e culturale.

Con l’avvento del Cristianesimo, fu tra i primi centri del Mezzogiorno d’Italia ad abbracciare la nuova religione. Fin dal V secolo, ebbe una comunità cristiana molto numerosa e una Diocesi. Suo primo vescovo fu il pelagiano Giuliano, famoso per aver polemizzato con sant’Agostino sul problema della grazia e del peccato originale.

Con la caduta dell’impero romano e l’arrivo dei longobardi, Eclano entrò a far parte del ducato di Benevento, di cui fu avamposto e città di frontiera. Per questo suo nuovo ruolo fu attaccata e distrutta dall’esercito greco di Costante II, in marcia verso Benevento.

Sui resti della grande città sorse un misero villaggio di “pochi fuochi”, che si chiamò QUINTODECIMO, per indicareuna località sulla via Appia posta a quindici miglia da Benevento. Ma i sopravvissuti non si arresero e, nel giro di pochi decenni, trasformarono il piccolo borgo in una cittadina ricca e ambita.

Individuata come sede di Gastaldato, la città di Quintodecimo fece rivivere l’antico sistema della civitas romana, amministrando con equilibrio e moderazione un territorio assai vasto.

Diocesi, in quanto erede della Santa Chiesa Eclanese, non ebbe sempre il suo vescovo, ma poté contare su un Collegio di sacerdoti molto attivo e numeroso.

Dopo il Mille, coinvolta nelle lotte tra Papato e Normanni, fu più volte saccheggiata e distrutta dai soldati delle due fazioni. Ne derivò una situazione insostenibile, tanto che i suoi abitanti pensarono di trasferirsi in un luogo meno esposto e più difendibile, non lontano da una zona paludosa, nella quale sgorgava limpida e cristallina una sorgente di acqua solfurea. Nasceva così, proprio dove ora è Mirabella, la città di AQUAPUTIDA.

Diversificandosi dagli altri paesi di origine medioevale, che venivano edificati intorno alla cittadella, l’agglomerato urbano di Aquaputida, dotato di mura perimetrali e di porte, sorse e si sviluppò intorno alla Cattedrale. Solo più tardi, e in posizione decentrata, i Normanni vi costruirono un potente castello.

Questa circostanza non impedì alla città di inserirsi positivamente nel circuito culturale della civiltà romanica e di dotarsi di importanti tesori d’arte.

Durante il XIV secolo, mentre erano in corso le guerre per la successione angioina, Aquaputida prese il nome di MIRABELLA, probabilmente in ossequio al carattere bellicoso dei suoi cittadini. Da allora in poi fu importante feudo e appartenne a diversi Signori: suo ultimo feudatario fu il duca Filippo Orsini di Gravina.

Centro tra i più importanti del Principato Ultra, Mirabella fu tra le prime città del regno di Napoli a inalberare la bandiera della libertà al tempo della Rivoluzione del 1799 e dei successivi moti liberali del 1820, come testimoniano le imprese memorabili del cospiratore e patriota Giuseppe Saverio Cappuccio. Nei decenni successivi non mancò di dare il suo contributo agli ideali e alle lotte del Risorgimento Italiano.

Il 14 dicembre 1862 il sovrano Vittorio Emanuele II, su espressa richiesta del Decurionato mirabellano, concedeva alla città di Chiamarsi MIRABELLA ECLANO per riassumere, anche nel nome, la storia del suo passato glorioso.

Dal sommario ricordo delle sue vicende passate balza evidente l’immagine di una città più volte distrutta dalle guerre e dai terremoti (disastrosi quelli del 1456, del 1688, del 1732 e del 1980) eppure capace sempre di riprendersi e di conservare il suo ruolo di centro commerciale: un destino che da oltre duemila anni la guida e ne caratterizza la personalità. Lo stemma di Mirabella Eclano è rappresentato da uno scudo azzurro cimato della corona, con la fenice che si solleva dalle fiamme di tre cumuli di macerie e guarda al sole con sicurezza. In data 11 giugno 1991 il Consiglio Comunale, con votazione unanime, deliberò di aggiungere allo stemma la sigla S. P. Q. AE. (Senatus Populusque Aeclanensis).

Scheda N. 1

Il Carro

Nel primo pomeriggio del sabato che precede la terza domenica di settembre, migliaia di persone raggiungono la contrada Sant’Angelo per partecipare alla “grande tirata”. Simile a un gigantesco trofeo, da secoli il Carro si consegna puntuale ai suoi visitatori grandi e piccini. Opera di straordinaria bellezza, esalta i colori e il profumo del grano maturo. Altare per la Vergine Addolorata, racconta, in mirabile sintesi, la storia e la cultura di un popolo che seppe costruire, sui resti dei templi pagani, le chiese della cristianità.

Già gli antichi abitatori di Eclano, compresi tra la soddisfazione dell’essere e la preoccupazione del divenire, erano soliti allestire e trasportare carri augurali, ricolmi di grano appena falciato. Il carattere religioso e misterico dell’iniziativa rispondeva a molteplici scopi: ringraziare Demetra e le altre divinità paniche per il raccolto effettuato; consolare la terra piangente per essere stata violentemente spogliata del suo frutto più significativo; propiziare la rigenerazione del dio grano in vista del raccolto dell’anno successivo; vivere una giornata di festa.

Col passare degli anni questi carri, affidati sempre più spesso all’opera sapiente di artigiani locali – cui i contadini fornivano la materia prima e i commercianti le idee di baldacchini e tabernacoli intravisti nei loro viaggi – diventarono elaborati obelischi, da portare in processione per le strade della città.

Nei secoli difficili del Medioevo, quando l’importanza della città non fu più quella di un tempo, anche la tradizione dei Carri decadde e si interruppe completamente per oltre mille anni.

Impegnati a sfuggire alle violenze degli invasori, alle carestie e ai terremoti ricorrenti, gli eclanesi di Quintodecimo e di Aquaputida non ebbero i mezzi e la tranquillità per continuare ad alimentare una tradizione che sopravvisse solo nei racconti degli anziani.

Riaffiorò nella Mirabella del Seicento per iniziativa di alcune famiglie di contadini, che instaurarono la consuetudine di offrire, annualmente e a titolo di ringraziamento, carri ricolmi di fasci di grano appena raccolto alla Vergine e ai santi protettori. Una vera e propria gara si accese tra le famiglie che allestivano i carri, ciascuna intenzionata a ben figurare sulla piazza del paese. La competizione giovò alla bellezza dei carri, che usufruivano di artistici lavori in paglia per l’ornamento della facciata anteriore.

Nella seconda metà del Settecento, uno di questi Carri si impose nettamente sugli altri e si inserì in un costante processo di trasformazione, che lo avrebbe portato ad attingere autentici valori d’arte. Nasceva così il Carro di Mirabella, sintesi delle diverse precedenti espressioni di ringraziamento finalmente unificate.

Più coppie di buoi e numerose corde di canapa furono impiegate per trasportare il mastodontico obelisco dalla collina di contrada Sant’Angelo, dove era stato costruito, fin sulla piazza del paese. E fu la ripresa di un’antica tradizione.

Una svolta importante nell’allestimento del Carro si ebbe nel 1869, quando Stanislao Martini, un artigiano napoletano residente a Fontanarosa, progettò e realizzò un obelisco di sette piani, alto 25 metri e con una facciata di eccezionale bellezza. Di fronte all’importanza dell’opera, la Civica Amministrazione si assunse l’onere di provvedere alla sua conservazione, manutenzione e rifacimento.

Nei primi anni del Novecento, i lavori connessi al mantenimento del Carro furono affidati a Giuseppe D’Amore e a Prisco Alfonso Capodanno, entrambi valenti artigiani del luogo. La Grande Guerra determinò una pausa di quattro anni nell’allestimento e nel trasporto di quella che era diventata una vera e propria “macchina da festa”. E quando nel 1919 il Carro processionale fu nuovamente allestito, le autorità sanitarie ne vietarono il trasporto a causa dell’epidemia che imperversava in Europa e che aveva cominciato a fare le sue vittime anche in Irpinia. In quella circostanza D’Amore e Capodanno, spinti dalla necessità di salvaguardare i pregevoli pannelli del rivestimento, pensarono si smontare l’obelisco tenendolo in piedi, invece di farlo cadere, come avveniva precedentemente. L’operazione riuscì e divenne prassi consolidata.

Ma il merito di aver fatto del Carro una vera opera d’arte, unica nel suo genere, spetta al cavaliere Luigi Faugno, che nel 1924 lo ricostruì totalmente dandogli l’aspetto architettonico che ancora oggi conserva. I diversi pannelli di paglia intrecciata o tessuta, che rivestono la struttura, rappresentano la ricapitolazione del meglio che si produce nel mondo in questo delicato settore, e si possono ammirare nel “Museo del Carro” o presso la bottega artigiana di Giotto Faugno.

Scheda N. 2

Il villaggio eneolitico

Nel periodo di trapasso dalla civiltà della pietra rozza a quello della pietra levigata e del rame, uomini primitivi provenienti dal Baltico raggiunsero la valle del Calore e, nel territorio di Mirabella, trovarono condizioni favorevoli per costruire un villaggio: abbondanza d’acqua, numerose specie animali, un clima mite e una vegetazione lussureggiante.

Collegato alle grandi vie del traffico migratorio, il villaggio eneolitico di Mirabella fu un insediamento di frontiera, molto importante per la penetrazione culturale fra gli opposti versanti dei Tre Mari.

Al centro del villaggio sono visibili, ancora oggi, i resti di un’ampia sala circolare, provvista di una rampa di accesso, con intorno numerosi sedili scavati nel tufo dove si riunivano gli anziani per amministrare la giustizia e fissare le regole della vita comunitaria.

Non lontano dal Villaggio c’è la Necropoli, essa pure di età eneolitica.

Le tombe del tipo cosiddetto “a forno” risultano scavate nel banco di tufo tenero a una profondità variabile, intorno ai due metri, e sono chiuse da un lastrone anch’esso di tufo. All’interno davano luogo a una o anche a più deposizioni di salme, prevalentemente in posizione rannicchiata, con un corredo funerario ricco di oggetti in ceramica, di manufatti litici e di oggetti metallici. Tra di esse la più importante è quella comunemente detta del “Capotribù”. Situata ad una profondità maggiore rispetto alle altre, presenta un corredo funerario assai ricco. In uno spazio piuttosto ampio, adorno di un grande guanciale di pietra, era stato sepolto il capo della tribù, con accanto il suo fedele cane e il bastone del comando spezzato; per testimoniare un potere ormai spento, con la fine della vita. Il gigantesco scheletro del “Capotribù”, unitamente al ricco corredo funerario, si trovano attualmente presso il Museo Provinciale di Avellino in attesa di essere riportati in loco, quando strutture adeguate lo consentiranno.

La stazione archeologica di Madonna delle Grazie, che per datazione cronologica e dovizia di arredo rappresenta il più importante rinvenimento irpino di età eneolitica, dimostra, in modo inequivocabile, che il territorio di Mirabella fu meta ambita dell’uomo primitivo. La sue straordinarie evidenze archeologiche ricordano al visitatore attento e interessato che l’uomo primitivo nomade si fermò in territorio eclanese e nella zona tufacea, non lontana dal fiume, diede vita a un insediamento umano di grande rilievo scientifico. I nostri più remoti antenati, oltre quattromila anni fa, rinunciarono alla libertà di movimento per costruire le prime abitazioni, lavorare la terra e allevare il bestiame. Le tracce recentemente scoperte anche in zone limitrofe come Pianopantano, Torre d’Elia e Ponterotto, danno la certezza che la media valle del Calore, fin dai primordi della civiltà, fu collegata alle grandi vie del traffico migratorio. Siamo nel periodo in cui scompare l’uso del tatuaggio come ornamento del corpo, mentre diventa comune l’uso di collane e di bracciali d’avorio e d’alabastro oltre che di monili di metallo. Dati i primitivi altari è anche possibile parlare di vera e propria religione. Frequenti sono, infatti, i simboli con valore religioso e sociale, mentre la figura femminile nuda viene assunta a immagine di divinità, a simbolo della fecondità in quanto dispensatrice di vita agli esseri viventi. Alcuni di questi simboli sono tuttora visibili nel sito archeologico, ovvero nell’insieme del “Villaggio” e della “Necropoli”, le cui vestigia, sebbene in gran parte distrutte, ci consentono di immaginare un insediamento umano di grande interesse antropologico e culturale. Il sito archeologico può essere visitato in località Madonna delle Grazie.

Scheda N. 3

Il Crocifisso normanno

Un robusto pellegrino aquitano in viaggio per Gerusalemme fu di certo modello all’artista grande e sconosciuto che, intorno al 1150, volle scolpire la possente figura del Cristo Trionfatore.

L’opera appena terminata si presentò come assolutamente perfetta agli occhi del suo autore, che non volle più toccarla e la lasciò anonima e senza riferimento di tempo e di luogo. Correva il XII secolo e le zone interne della Campania, grazie alla presenza dei normanni, apparivano ben inserite nel circuito culturale europeo. I valori dell’arte romanica, originatasi nel cuore della Francia, si diffondevano in tutta l’Europa occidentale e cattolica: dalla Spagna alla Polonia, dalla Gran Bretagna all’Italia meridionale; mentre sempre più netta si andava delineando, tra civiltà bizantina e civiltà franco-latina, tra mondo occidentale e mondo orientale, quella separazione che porterà alla scissione definitiva della chiesa greca da quella romana. La Chiesa e l’Impero, da tempo in lotta fra loro, non facevano più riferimento all’origine carismatica della propria autorità ma cercavano di accreditarsi come depositari dell’eredità politica, giuridica e culturale dell’antica Roma. In questo contesto storico fu concepito e realizzato il maestoso Crocifisso, sintesi efficacissima di valori plastici e monumentali antibizantini, documento formidabile di ciò che l’arte romanica seppe realizzare in Campania nel delicato settore della scultura lignea. Lontano dai “terrori dell’anno Mille”, l’opera fu verosimilmente commissionata dai Capitolari della “Sancta Ecclesia AEclanensis” per arredare la grande chiesa di Aquaputida, all’epoca non soltanto luogo di culto ma monumento vivente, dove la Comunità si radunava a consiglio; edificio civico per eccellenza, basilica nel senso compiutamente romano del termine. Profondamente modificato nei secoli successivi, il Crocifisso di Mirabella fu a lungo oggetto solo di culto da parte di crociati e di semplici credenti, di fedeli nativi e itineranti. L’importanza del pezzo fu pianamente compresa solo nel 1950 dal professor Ferdinando Bologna, che lo volle esporre nella “Mostra della Scultura Lignea in Campania”, allestita nei saloni del Palazzo Reale di Napoli. Per l’occasione l’opera fu restaurata e riportata al suo aspetto originario: in particolare fu asportata la vernice sovrapposta, che alterava la primitiva coloritura; ma soprattutto fu riportata in posizione retta la testa, che era stata reclinata sul lato destro, come a voler rappresentare un Cristo Sofferente, vinto dalla morte e dal dolore. Nel rispetto della iconografia romanica, nella quale era stato immaginato e realizzato, il Cristo recuperava la sua originaria posizione: gli occhi aperti e fissi in avanti; i piedi inchiodati uno accanto all’altro e leggermente distanziati fra loro; un perizoma al ginocchio; ritto sulla croce; trionfatore sulla morte e sulle sofferenze.

A seguito del terremoto del 23 novembre 1980, il grande Crocifisso fu rimosso dall’abside della Chiesa di Santa Maria Maggiore, gravemente danneggiata, e portato in salvo dagli operatori della Soprintendenza. Sottoposto a restauro conservativo, riacquistò ancora una volta il suo originario splendore.

In questa ritrovata veste estetica, etica e religiosa, il Crocifisso ligneo di Mirabella Eclano occupò un posto d’onore nella mostra intitolata “Monumenti di Storia in Irpinia”, allestita nella Cripta del duomo di Avellino dal 15 al 30 luglio 1989.Qualche anno più tardi fu esposto, con grande rilievo scenografico, in una sala di Palazzo Venezia a Roma, nell’ambito della mostra “I Normanni, popolo d’Europa”. Ora, severo e maestoso, si staglia nell’abside della Cattedrale.

 

Scheda N. 4

La vetusta campana


La presenza di una antica campana nella nostra città fu segnalata, agli inizi del Novecento, dallo storico e letterato eclanese Alfonso Cerrati.
Nel suo libro “Storia della città di Mirabella Eclano”, l’illustre concittadino scrive testualmente: “
Sul campaniledella Chiesa maggiore èvvi tra le altre una vetusta campana dai funebri rintocchi”. Successivamente, e per molti decenni, nessuno ha più parlato di essa: non per raccomandarla agli esperti, né per indicarla ai turisti in cerca di rarità. A determinare questo silenzio di certo contribuì il suono particolare del rintocco, comunemente detto “a morto”, che fu anche causa del suo isolamento. Infatti, quando negli anni Sessanta si pensò di elettrificare l’intero “concerto”, la vetusta campana fu lasciata fuori dal coro. E così fino alla fine… Suonò l’ultima volta la sera del 23 novembre di tanti anni fa. Ad azionarla non fu però la solita vecchia corda nodosa, ma la violenza del terremoto che sconvolse l’Irpinia e lasciò migliaia di morti tra le rovine dei cento presepi.

Scosso dall’onda sismica, che lo raggiunse nell’alto della sua “cella campanaria”, l’antico bronzo rintoccò in modo funereo e strozzato prima di venir giù insieme alla gigantesca torre. Molti udirono quel suono; pochi lo ricordano ancora! Appartiene ai pochi la memoria pura che coincide con la durata reale della coscienza. Per la gran parte degli uomini la memoria non è che l’abitudine a ricordare eventi passati, sulla base di bisogni e interessi particolari. È questo il messaggio, che la vetusta campana trasmise per secoli alla Comunità eclanese. È questo il messaggio che ancora oggi deduciamo dalla sua silenziosa immobilità. Sottratta alcuni anni fa alle macerie della torre civica, trova ora posto nel Museo di Arte Sacra, annesso alla Chiesa Maggiore di Mirabella, come importante reperto di archeologia medievale. Ma non manca chi ancora si commuove nel vederla. E chi ricorda i tempi in cui la campana solitaria lo raggiungeva con i suoi rintocchi inconfondibili per comunicargli la morte di un amico e che doveva affrettarsi se voleva rendergli l’estremo saluto. E chi ricorda con nostalgia le corse dei giovinetti per arrivar primi alla fune. Per suonare a distesa, fino a spellarsi le mani; specialmente quando si trattava di mettere in fuga gli spiriti maligni o di allontanare fenomeni atmosferici pericolosi per il raccolto. Ma questo succedeva tanto tempo fa. Quando il mondo non era rumoroso come oggi e il suono delle campane regolamentava la giornata del credente.

Prodotto della rivoluzione commerciale del XIII secolo, la vetusta campana di Mirabella fu realizzata in sede nel 1274 da un fonditore proveniente da Catania, di nome Pietro Testa. All’epoca, infatti, la produzione delle campane rendeva necessaria sul territorio la presenza di maestranze itineranti a causa della tipologia del prodotto, che presentava difficoltà di trasporto e una vendita piuttosto limitata.

Vista da vicino, la vetusta campana si presenta come un vaso capovolto, appena svasato nella parte terminale. Sulla calotta superiore, con qualche difficoltà leggiamo: “Magister Petrus Testa A Catana Me Fecit Anno Ab Incarnatione Domini Nostri Jhesus Christi Millesimo CCLXXIIII”. Una croce con le volute arricciate di tipo longobardo segna l’inizio dell’epigrafe, che fu impressa con caratteri mobili. All’indagine paleografica risulta evidente che le lettere appartengono alla scrittura gotica ripresa dopo il Mille e conservata per alcuni secoli, successivamente. Lo deduciamo dalla studiata ricerca degli effetti ornamentali e dalla ricchezza degli elementi onciali e corsivi che la caratterizzano.

Di quindici anni più antica di quelle di San Pietro in Roma, che furono fuse esattamente nel 1289, la vetusta campana di Mirabella rappresenta una pagina importante e sofferta della storia millenaria della città.

Scheda N. 5

L’ Exultet o Rotolo eclanese

Nel Museo di Arte Sacra di Mirabella Eclano, dove attualmente sono custoditi, si possono ammirare i frammenti pregevoli di un Exultet diviso in due parti, in scrittura beneventana, proveniente dalla Collegiata di Mirabella. Della prima parte, databile entro la seconda metà dell’XI secolo, si conservano quattro sezioni. Della seconda, realizzata un cinquantennio più tardi per completare la prima, se ne conservano tre. Fino al 1832 le sette sezioni erano cucite insieme per formare un unico Rotolo. Di esso ci parla Raimondo Guarini nell’appendice alla seconda edizione della sua “Ricerca sull’antica città di Eclano”. La separazione è riconducibile al 1910, anno in cui l’Exultet fu restaurato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, per espresso desiderio di papa Pio X. Da allora i frammenti sono rimasti separati.

L’insieme dei frammenti è costituito dalle sette pergamene che furono esposte nella “Mostra bibliografica per la storia della Chiesa in Campania e in Calabria”, allestita a Napoli nel 1950; nella “Mostra nazionale della miniatura”, allestita a Roma nel 1953; nella mostra di Barcellona del 1961, intitolata “El arte romanico”, e in molte altre mostre successive. I paleografi considerano la sua redazione tra le più antiche e la indicano con il nome di Vetus Itala.

L’Exultet di Mirabella contiene le notazioni musicali e il testo liturgico che si cantava nel corso della veglia pasquale per proclamare la resurrezione di Cristo.

I fedeli analfabeti potevano seguire il canto o la recitazione osservando le miniature che erano state disegnate a penna direttamente sulla pergamena. Anche per questo motivo la decorazione del Rotolo risulta unitaria. Le scene si succedono come in un racconto completo e ben definito, che parte dall’Accensione del cero per arrivare fino al Passaggio del mar Rosso. E nel mezzo Il coro degli angeli esultanti, l’Elogio delleapi, la Discesa al Limbo. Tutte scene che, a vederle da vicino, destano profonda commozione.

Scheda N. 6

La Fonte battesimale

Nel corso del secolo XI, epoca in cui fu scolpita la fonte battesimale di Mirabella, il sacramento non era più praticato, come ai tempi della tarda latinità o dell’alto medioevo, per immersione. E non erano più soltanto gli adulti a riceverlo in modo comunitario. Ora il battesimo era riservato soprattutto ai bambini molto piccoli e perciò era necessario che si svolgesse in un ambiente tranquillo e, verosimilmente, in un luogo sacro. L’acqua era ancora l’elemento essenziale per la sua pratica, ma ne occorreva poca. Serviva in particolare una vasca capace di raccoglierla, dopo che la stessa era stata utilizzata per cospargere la testa del neonato. I componenti della Collegiata della Sancta Ecclesia aeclanensis di Aquaputida pensarono allora di far costruire una vasca per le funzioni e di collocarla nella chiesa. Pensarono anche di farne un’opera d’arte e soprattutto un’opera di filosofia, sulla base di principi evangelici consolidati. La fonte battesimale della contea di Quintodecimo, custodita nella Chiesa Matrice di Mirabella, risulta scavata in un grosso blocco monolitico di pietra, di cui sono parte integrante la base di appoggio e le quattro sculture che si inseguono lungo il bordo. La sua filosofia è concettualmente riassumibile nell’allegoria delle figure scolpite.

La prima di queste figure rappresenta un uomo le cui fattezze fisiche e soprattutto le labbra carnose lasciano intendere che trattasi di un intellettuale proveniente dall’Oriente. Egli regge con la mano sinistra il libro della Bibbia mentre tiene la destra sul cuore, proprio nell’atteggiamento di chi sta per pronunciare un solenne giuramento. È l’incipit di un discorso teologico e filosofico insieme.

Dal punto di vista teologico, la figura vuol rappresentare il Messia che viene per annunziare la buona novella. Dal punto di vista filosofico, rappresenta l’apostolo che si appresta a scrivere i libri del Nuovo Testamento, in continuità con i contenuti del Vecchio.

La seconda scultura rappresenta San Marco sotto le sembianze del leone. Qui l’allegoria è fin troppo evidente. L’animale richiama il deserto. Il suo habitat naturale. Il luogo dove Giovanni il Battista era solito predicare, convinto di far giungere ovunque la sua voce possente. Perché è proprio dalla predicazione del Battista che l’evangelista Marco comincia la sua narrazione. Ma rappresenta anche il coraggio dimostrato dal grande precursore del Messia durante la sua vita e in occasione della sua morte cruenta. D’altronde nessuna immagine poteva simboleggiare meglio la voce evangelica “che grida nel deserto”.

Nella terza scultura, costituita dal busto di una donna, di cui risulta particolarmente curato il viso e lo sguardo ispirato, allegoricamente vediamo l’evangelista Luca, che più degli altri esaltò la figura femminile. Si tratta di un discorso di sottile filosofia che, talvolta, sfugge al comune mortale. In quella figura i più vedono la Madonna nel solenne momento dell’Annunciazione. O anche la Madonna che ascolta la preghiera di San Bernardo: “Vergine madre, figlia del tuo figlio,/ umile e alta più che creatura,/ termine fisso d’etterno consiglio,/ tu se’ colei che l’umana natura/ nobilitasti sì, che ‘l suo fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura”.

La quarta e ultima delle figure, che costituiscono la pregevole tetrade scultorea della fonte battesimale normanna di Mirabella, è un’aquila. Simbolo dell’evangelista Giovanni, suggerisce al fedele la parvenza soltanto del grande volo che deve compiere se vuole giungere alla contemplazione del Verbo.

Scheda N. 7

La chiesa di Madonna delle Grazie


Lungo la strada provinciale che da Mirabella porta a Taurasi, proprio dove cade il confine amministrativo dei due Comuni, c’è una piccola chiesa di campagna. Edificata nel corso del XVI secolo come “cappella” suffraganea di Santa Maria Maggiore, divenne ben presto santuario rurale molto frequentato e luogo miracoloso di culto mariano. Gli abitanti della zona, per essere stati più volte liberati dal flagello della peste, la chiamarono “Madonna delle Grazie”.

La sua struttura semplice e raccolta le ha consentito di resistere molto bene ai terremoti ricorrenti. E tuttavia i lavori di riparazione e di restauro, che pure si sono resi necessari all’indomani di ogni sisma, hanno determinato lunghi periodi di forzata chiusura della chiesa e la dispersione di molti dei suoi preziosi ex voto.

Ma la sorveglianza attenta e amorevole che gli abitanti del luogo le hanno riservato, in ogni tempo, ha consentito alla piccola chiesa di Madonna delle Grazie – ancora una volta totalmente ristrutturata e abbellita – di varcare la soglia del Duemila.

Di questa chiesa, degno di nota è il soffitto ligneo che fa da cielo alle tre navate. Effigiato nel 1759 da artisti di buona levatura, si presenta nitido e privo di tinte pesanti. Il colore dominante è il bianco, che si impone in tutte le composizioni floreali, nella tela centrale e negli sfondi, che danno luce all’ambiente.

Da ammirare c’è ancora un dipinto ad olio del 1871 che ritrae la Madonna fanciulla in compagnia dei genitori, un Crocifisso di legno massello del 1956 e altri piccoli oggetti sacri.

Ma l’opera che, in assoluto, impreziosisce la piccola chiesa è il quadro della Madonna con il Bambino. Si tratta di un ex voto consistente in una lastra di rame (cm 72 x 62) dipinta su entrambi i lati.

Incastonata nell’altare di marmo, appositamente costruito per consentire la duplice visione, l’opera sviluppa un tema unico attraverso rappresentazioni realizzate in epoche diverse. Gli autori sono sconosciuti, ma i committenti sono sicuramente del posto, visto che le due Maternità propongono scene i cui contenuti sono profondamente radicati nell’ambiente locale.

Il quadro più noto è quello della Madonna che offre delle ciliege al Bambino Gesù , mentre lo avvolge con il suo braccio destro in segno di materna protezione.

Il gesto della Madonna mette in luce il rapporto tra l’intervento divino di assistenza nei confronti degli abitanti del luogo e la devozione di questi ultimi che, per suo tramite, offrono a Gesù i frutti della loro terra.

I materiali impiegati, la semplicità della scena rappresentata, la delicatezza dei colori e la morbidezza delle linee ci consentono di affermare che l’opera appartiene al neoclassicismo del Settecento. A questa stessa conclusione induce una lettura attenta del dipinto, che non può prescindere dalle tenui cromaticità chiaroscurali riscontrabili nei due puttini che osservano la scena.

L’opera scaturisce da un ben consolidato impulso morale, da un moto che si propaga dall’interno verso l’esterno con l’intento di sollecitare nel fruitore un autentico slancio ascetico. Non c’è nel dipinto il proposito di ricostruire un fatto storico, e tuttavia la scena è rappresentata in modo da produrre effetti ben determinati nell’animo di chi osserva. La prospettiva, rapida e quasi sfuggente, rende pressoché instabile l’equilibrio dell’insieme, che sembra scivolare verso l’esterno. L’ impasto cromatico si trasforma in una trama fitta e intricata di filamenti brillanti e di striature d’ombra. L’animazione della linea si trasforma in evidente animazione luministica che coinvolge, oltre alla Madonna e al Bambino, i grappoli di ciliege di color rubino trasparente. Ed è l’esplosione di un subitaneo intensificarsi della luce e del colore che dà il senso del miracolo.

Il secondo quadro, venuto alla luce solo di recente, risulta commissionato nel 1694 da Carlo De Renziis in occasione della sua nomina a Primicerio della “Collegiata”di Mirabella, e offerto alla Madonna per grazia ricevuta.

In questo lavoro la materia distesa sulla piastra di rame si carica di grande energia e di intensa tensione. Le pennellate sono tratti duri, rapidi e incisivi. L’emozione visiva è inizialmente quasi scioccante, ma poi viene approfondita, meditata e spiegata fino a trasformarsi in commozione che dura nel tempo. La profondità, in verità limitata, si compendia nella progressione rapidissima dei valori chiaroscurali, che conferiscono alla scena un ritmo di movimento e una prospettiva psicologica tale da ovviare alla mancanza di proporzione che esiste tra le due figure rappresentate.

Scheda N. 8

I Misteri

I “Misteri” di Mirabella, che l’artigiano Antonio Russo, dopo dieci anni di intenso lavoro, consegnò alla storia della sua città nel 1875, occupano ancora oggi un posto di rilievo nel patrimonio culturale di Mirabella. Rimasti sotto le macerie del terremoto del 1980, furono recuperati con grande sollecitudine e opportunamente riparati e restaurati. Di recente sono stati collocati nel museo che porta il loro nome.

Si tratta di circa trenta sculture in cartapesta, di grandezza naturale, riunite per gruppi

su “tavolati” separati e distinti tra loro.

Un tempo erano molto più numerose, ma gli anni e la fragilità del materiale ne hanno ridotto il numero. Anche l’originaria veste pittorica risulta piuttosto alterata.

Osservando le scene che si inseguono in un crescendo drammatico di situazioni e di episodi, tuttavia, è ancora possibile avvertire lo stupore di chi si trova al cospetto di un mistero che trascende i normali processi conoscitivi dell’uomo.

Nel suo insieme, l’opera può essere considerata un poema religioso, scritto con materiale effimero e di poco valore ma con grande perizia tecnica e squisita sensibilità pittorica. Una pagina assai interessante di quella “filosofia della mano”, che spesso consente a un artigiano di attingere autentici valori d’arte.

Realizzati nel periodo più difficile, ma anche più ispirato, della travagliata esistenza dell’autore, i “Misteri di Mirabella” segnano la riscoperta esistenziale del Venerdì santo inteso come stadio di dolore e di calvario, così fortemente presente nella cultura popolare della città.

“Dalla carta vecchia e logora seppe trarre volti umani e corpi pieni di vita. Riuscì con la sua fede a dare commovente immagine di Cristo e dei suoi santi”. Così ha scritto di Antonio Russo un critico rimasto sconosciuto. E il giudizio è tutto da condividere. Ma c’è da aggiungere una cosa molto importante. I misteri di Mirabella sono un eccezionale documento storico: nella straordinaria varietà dei personaggi scolpiti rivive la società eclanese dell’Ottocento. Modelli furono infatti i cittadini di Mirabella, con i loro pregi e i loro difetti, visti da vicino e ritratti senza odio o risentimento, anche nei momenti tristi e difficili.

Esempio notevole di arte popolare o di artigianato pregevole, i Misteri di Antonio Russo rappresentano al meglio quello che può la fede nella vita di un uomo. 

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Una risposta a Profilo storico di Mirabella Eclano

  1. teppwmrrhj scrive:

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